Mandarino, progenitore asiatico di tutti gli agrumi
I due agrumi più diffusi e consumati in Italia sono senz’altro l’arancia e il limone. Verrebbe spontaneo pensare, quindi, che, se ci dovesse essere una “priorità genetica” nella famiglia di questi frutti aspri, apparterrebbe ai due sopra citati. Niente di più sbagliato! Il mondo della natura sa sempre come stupirci. Infatti, tutti ma proprio tutti gli agrumi, derivano da sole tre specie originali: il mandarino (Citrus reticulata), il cedro (Citrus medica) e il semisconosciuto e misterioso pomelo (Citrus maxima). Per fare un breve accenno ai due “fratelli” del mandarino, possiamo dire che il cedro è il frutto di un arbusto che può arrivare ai 4 metri di altezza, che ha buccia giallina molto spessa, che viene dall’Asia Sudorientale e che approdò in Europa almeno duemila anni fa, come risulta dalla testimonianza di Plinio il Vecchio. Oggi in Italia è coltivato soprattutto in Calabria, sulla Riviera dei Cedri, ed è molto utilizzato nell’industria farmaceutica e in quella profumiera per il suo potente olio essenziale; meno in quella alimentare, dove viene candito e utilizzato per la guarnizione di torte o dove viene usato per la preparazione di bibite analcoliche (ricordate la famosa Cedrata Tassoni?). E il misterioso pomelo? Anch’esso nativo dell’Asia, dove tutt’oggi è coltivato, si è diffuso ampiamente in Israele, California e Giamaica. È un frutto diversissimo dal resto degli agrumi: ha forma di pera e può raggiungere i dieci chili di peso. La buccia è verdina e sottile. Consumato fresco in Asia, viene invece utilizzato soprattutto per il confezionamento di succhi in Israele.Ma torniamo al mandarino, albero che appartiene al genere Citrus e alla famiglia delle Rutaceae, che dà frutti dal nome omonimo, i mandarini, appunto, gli unici dei tre “capostipiti” dal sapore dolce. Come tutti gli altri agrumi, i mandarini sono coltivati soprattutto in Sicilia, che da sola è responsabile dei due terzi della produzione nazionale. L’isola è seguita, in termini di ettari coltivati e quantità messe sul mercato, da Calabria, Campania, Puglia, Basilicata e Sardegna. Il mandarino è un arbusto alto dai due ai quattro metri con foglie piccole e profumatissime e piccoli fiori bianchi. In un anno può produrre dai 400 ai 600 frutti. Il mandarino-frutto è di forma sferoidale, un po’ appiattito all’attaccatura, di colore arancio. La sua buccia è sottile e bitorzoluta, con il peduncolo che fuoriesce da una piccola infossatura. La parte tra la buccia e la polpa (che si divide facilmente in spicchi), bianca e amara, è chiamata albedo ed è molto granulosa in modo da rendere la sbucciatura un’operazione semplice. Ma quali sono le cultivar di mandarino più diffuse in Italia? Innanzitutto l’Avana che, da sola, rappresenta circa il 70% della produzione complessiva di mandarini italiani. Coltivata dalla metà dell’Ottocento soprattutto in Sicilia lungo l’asse Palermo-Mislimeri e in provincia di Catania, è un frutto medio-piccolo di forma più o meno schiacciata con numerosi semi. Matura tra dicembre e gennaio e, se spremuta, produce un succo aromatico, dolce e al contempo dissetante. C’è poi la varietà giapponese Satsuma, coltivata in Sicilia dalla fine dell’Ottocento, con buccia fine, polpa dolce e pochi semi e il pregiatissimo Paternò, che prende il nome dalla cittadina della Trinacria dove fu impiantato per la prima volta. La sua buccia è più spessa di quella delle altre cultivar, la polpa ha colore arancio chiaro e contiene pochi semi.
Globoso e molto schiacciato ai poli, matura da novembre a gennaio ed è molto dolce. Da non dimenticare una fragile rarità botanica che oggi si sta cercando di proteggere al meglio: il mandarino tardivo di Ciaculli, che viene coltivato nell’omonima frazione palermitana, ultimo lembo di terra agricola resistito all’attacco feroce dell’urbanizzazione e della cementificazione di quella che un tempo fu la splendida Conca d’Oro. Per rivalutarlo è nato un Consorzio di Tutela e l’agrume è diventato presidio Slow Food. Il mandarino ha dato origine a frutti ibridi come i tangerini. Nati dall’unione tra mandarino e arancio, hanno un colore molto acceso e il peduncolo che esce da una protuberanza sommitale, come accade a certi limoni. Anche i clementini sono ibridi tra il mandarino e l’arancio amaro ma una classificazione definitiva non è ancora stata raggiunta dagli agronomi. I mandarini sono normalmente consumati come frutta fresca o lavorati nella produzione di marmellate e frutta candita. Questo frutto è composto per oltre il 17 per cento di zuccheri e fornisce al nostro organismo 72 kilocalorie per 100 grammi. Meglio non abusarne se abbiamo problemi di peso. Come tutti gli agrumi, è ricco di vitamina C (42 mg/100 g), ma in misura minore rispetto all’arancia. Contiene fibre, carotene, potassio, calcio, fosforo, magnesio, acido folico e vitamina A e B ed è molto dissetante. Del mandarino non si butta via nulla: dalla sua buccia si estrae un olio essenziale usato in erboristeria per calmare l’ansia, l’insonnia e contrastare la ritenzione idrica. I suoi semi, contrariamente a quelli di altri agrumi, se mangiati non fanno male ma apportano vitamine. La buccia è utilizzata, grazie alla presenza dell’aroma di limonene, anche per la produzione di liquori come il Mandarinetto di Sicilia. E, per finire, due curiosità: il mandarino non raggiunse le coste mediterranee nell’antichità ma soltanto nel 1828, e fu chiamato mandarino dal titolo che si dava alla massima autorità del Celeste Impero proprio per la sua origine asiatica e probabilmente cinese. La seconda curiosità è che, essendo fresco nel cuore dell’inverno, è molto usato come frutta da fine pasto durante le festività natalizie. Entra in molti dolci di Natale delle varie regioni italiane, soprattutto nella versione candita, e chi ha la fortuna di avere un camino vi getta le sue bucce per depurare e profumare l’aria.



