Tra castagne e ribolla va in scena l’autunno
Ora che le lunghe giornate estive stanno lentamente lasciando il passo all’autunno, con i suoi colori bruciati e le sue rugiade mattutine; in questo periodo in cui la prima neve compare sui monti e le ombre della sera cominciano ad allungarsi come un mantello troppo lungo buttato sulle spalle del pomeriggio, si può essere colti all’improvviso da una dolce nostalgia per il lungo addio che si darà alla bella stagione.Ottobre regala però ancora giornate gradevoli che invitano a uscire dalla città per godere degli ultimi tepori, quasi a farne scorta per l’inverno. La campagna ti accoglie con la consueta generosità: vestita a nuovo con i colori assorbiti dal sole e un po’ sbarazzina nel suo lasciare cadere, qua e là, brani di quegli stessi abiti appena indossati. Quando, verso la fine del mese, il clima si fa più pungente e le correnti del Nord scendono dalle Alpi fino ai colli e alla pianura, nell’aria si comincia ad avvertire l’odore della legna bruciata che risale i camini e si spande tra le vie e le piazze. È l’inequivocabile indizio che, per alcuni mesi, i freddi saranno protagonisti, accompagnati da piogge e brume, il sole diverrà paglierino e il suo calore più flebile. È in un periodo come questo che, quasi a compensazione per la dipartita dell’estate, la natura ci regala la castagna, vera e incontrastata Regina d’autunno. È un frutto antico, già conosciuto dai Greci che lo introdussero alle nostre latitudini dall’Europa Meridionale e dall’Asia Minore. Anche i Romani lo apprezzavano, a tal punto da favorirne ulteriormente la diffusione nel nostro Paese. Sia Marziale, sia Virgilio ne parlano nelle loro opere letterarie scritte pochi anni prima dall’avvento del Cristianesimo. Gli ordini monastici, durante il Medioevo, raccolsero a loro volta il testimone di chi li aveva preceduti e contribuirono a rendere il castagno una pianta diffusa e rispettata.In Friuli Venezia Giulia, per il viandante che ricerchi la genuinità dei sapori e il conforto del paesaggio rurale, non mancano le occasioni di gustare questi frutti, magari dopo averli raccolti direttamente nei boschetti che si estendono dai Colli Orientali alle Valli del Natisone, sino al Collio e all’Isonzo a Est o nella pedemontana pordenonese a Ovest. In tutta la regione sono numerose le manifestazioni dedicate alla castagna, come la “Festa della castagna e del miele di castagno” di Valle di Soffumbergo, antico borgo nei pressi di Faedis, in provincia di Udine, giunta alla trentunesima edizione: quest’anno si terrà nel secondo, terzo e quarto weekend di ottobre. Solo pochi chilometri a Nord di Feadis, in quel di Montenars (sempre in provincia di Udine), nei primi due weekend del mese si può partecipare alla ventisettesima edizione della “Festa delle castagne”. La posizione geografica di questi due paesini, posti entrambi sui colli, ad altezze tra i 500 e gli 800 metri sul livello del mare, consente, a chi decide di trascorrervi un po’ di tempo, di godere anche di un panorama privilegiato della pianura friulana, e, nelle giornate limpide e terse, della costa adriatica.Il Friuli Venezia Giulia, si sa, è però anche terra di vini. Negli ultimi anni sono stati soprattutto i bianchi friulani a farsi conoscere e apprezzare, in Italia e all’estero. Anche al lettore più distratto poi, sarà sicuramente giunta voce della lunga querelle tra Italia e Ungheria sul nome del bianco più famoso di queste terre, il Tocai, ora Friulano. Ebbene, non poteva certo mancare un vino da abbinare a sua maestà la castagna, un vino per scaldarsi il cuore in autunno e per trattenere ancora a sé i profumi della campagna e dell’estate che sta traslocando nell’altro emisfero. Non si tratta di un vitigno internazionale come il Sauvignon o il Pinot, peraltro largamente diffusi in questo spicchio d’Italia, ma di un autoctono chiamato Ribolla. L’usanza è di berlo giovanissimo, poco più che mosto, quando si presenta torbido nel bicchiere e molto dolce al palato, quasi fosse (e in un certo senso senz’altro lo è) una bibita a base di frutta. Il gusto particolare, spesso unito a una discreta nota frizzante, si sposa perfettamente con quello delle castagne e l’uno richiama l’altro come negli abbinamenti cibo-vino più azzeccati. A fine ottobre, ma anche nel mese di novembre, è consuetudine esporre sui banconi delle “frasche” e delle osterie friulane le damigiane di Ribolla accompagnate dalle immancabili caldarroste. Questo perché la Ribolla è ancora in fermentazione (il ribollire del mosto sembra suggerirne la denominazione) e mal si adatterebbe a un precoce imbottigliamento, al punto che viene spesso servita direttamente nelle caratteristiche caraffe bollate da litro.Nella tradizione friulana si è spesso connotato con il termine Ribolla una varietà di vini bianchi molto giovani e provenienti anche da uve diverse, tutti accomunati dal fatto di non essere più mosti ma di non potersi fregiare ancora dell’appellativo di vini novelli. Nella realtà, però, la vera Ribolla è solo quella ottenuta dall’omonimo vitigno di Ribolla gialla. Si tratta di un vitigno che affonda le sue radici nella storia, conosciuto e coltivato sin dall’antichità e oggi diffuso in una parte ben precisa del Friuli: le colline che da Tarcento scendono, lungo il confine con la Slovenia, fino al Carso “sconfinando” dapprima nella Goriška Brda (il Collio transfrontaliero) dove prende il nome di Rébula, e infine in Istria. Di particolare pregio sono le uve prodotte nelle colline attorno a Rosazzo (tra Manzano e Cividale del Friuli), cittadina conosciuta anche per la sua splendida abbazia risalente all’VIII secolo. Come le castagne, anche la Ribolla era conosciuta e apprezzata sin dall’antichità. Le notizie sulle sue origini non sono certe: secondo alcuni si tratta dell’Avola importata dai Romani, altre fonti, supportate anche da tradizione scritta, datano la presenza di questo vino a partire dal Medioevo.
Amata da patriarchi e notabili, da imperatori e ambasciatori, mise d’accordo nei secoli la Serenissima e il casato asburgico per giungere sino a noi a rallegrare le giornate autunnali o anche per essere imbottigliata e trasformarsi in un vino diverso da quello che accompagna le castagne. Le tecniche di vinificazione si sono infatti affinate e quello che era un prodotto da consumare “presto” e senza troppi pensieri è diventato un vino bianco di tutto rispetto che ben si adatta ad accompagnare piatti di pesce, anche crudo, funghi e zuppe.Ma se vogliamo inebriarci dei profumi della vendemmia e della spremitura, e di quelli un po’ bruciacchiati delle castagne, non ci resta che cercare la damigiana da bancone in una delle tante “frasche” della zona, segnalate spesso agli incroci delle strade rurali in modo piuttosto rudimentale con un ramo d’alloro, o di altra pianta, sotto il quale è stata posta una freccia di legno a indicarne la direzione. Attenzione però! Percorrendo in macchina le stradine di campagna, dove la vegetazione certo non manca, può succedere che un ramo verde tra il verde delle piante si confonda facilmente e a volte la freccia di legno sia così minuta da passare inosservata. Ancor più facile incorrere in queste sviste se le indicazioni occhieggiano da strade bianche o dal ciglio di un fosso. Per tutti il suggerimento spassionato è quello di rallentare l’andatura, aguzzare bene la vista e lasciare che siano le insegne a trovarvi, a condurvi su dolci pendii o in fondo a stradine strette e ghiaiose dove, girato l’angolo, si apre un cortile con qualche pollo razzolante e gli immancabili gatti e si odono le allegre voci degli avventori intenti a brindare.
LA FRASCA
Con il termine frasca, in Friuli Venezia Giulia, si è soliti indicare una casa contadina o parte di essa adibita alla vendita diretta di vino e prodotti domestici. Il nome deriva direttamente dalla frasca di alloro (o di altra pianta) esposta ai bordi delle strade prossimali per indicarne la presenza.La sua origine viene fatta risalire ai tempi di Maria Teresa d’Austria che concesse, come per le Osmizze del Carso, alle famiglie contadine di queste terre la possibilità di commercializzare direttamente, in alcuni periodi dell’anno, vino, pane e salumi, uova e formaggi a patto che fossero genuini e autoprodotti. Il consumo poteva anche avvenire sul posto e questo è stato forse l’aspetto che ha maggiormente favorito la diffusione e il successo di quella che viene considerata una vera e propria istituzione locale, ancor oggi amata e frequentata, trasversalmente, da generazioni anagraficamente anche piuttosto distanti tra loro. Un altro nome con cui è conosciuta la frasca è quello di privata, proprio a indicare il carattere particolare degli spacci, adibiti alla vendita al pubblico solo per un certo periodo dell’anno, mantenendo quindi il loro originario status di abitazioni private. All’indomani della sua istituzione gli unici alimenti che si potevano consumare in frasca erano i cibi freddi, con salumi, formaggi e uova sode a fare la parte del leone. Naturalmente il prodotto principe della frasca era, e rimane ancora oggi, il vino.Ai giorni nostri in gran parte delle frasche, spesso aperte tutto l’anno, si possono trovare anche piatti caldi. In alcuni casi poi hanno cambiato la loro “destinazione d’uso” in quella di agriturismo. Gli interpreti più fedeli dei dettati teresiani, di fronte a queste novità, storcono il naso, rivendicando l’antica origine delle frasche e l’ineffabile identità rustica che ancora si respira in quelle che sono rimaste più vicine alla tradizione, non snaturandosi per ampliare il proprio mercato. Ma su questo punto il dibattito è aperto.
Il Consorzio
L’area della Ribolla Gialla è compresa nel territorio tutelato e promosso dal Consorzio Colli Orientali. Tra i Comuni di Attimis, Butrio, Cividale del Friuli, Corno di Rosazzo, Faedis, Manzano, Nimis, Povoletto, Premariacco, Prepotto, San Giovanni al Natisone, San Pietro al Natisone, Tarcento, Torreano e Tricesimo si sviluppa la zona più vocata alla coltivazione di questo vitigno. Il Consorzio, istituito già nel 1970, fu uno dei primissimi in Italia, da quando venne riconosciuta la DOC “Colli Orientali del Friuli”. Oltre alla Ribolla Gialla, il Consorzio valorizza e tutela una dozzina di vini bianchi e una decina di rossi, dal Friulano (un tempo noto come Tocai) al Ramandolo, dal Picolit al Pinot Nero, dal Refosco al Pignolo, raccogliendo attorno a sé oltre 200 produttori.
Per informazioni: www.colliorientali.com



