L’orto di ottobre – Fichi d’India: gioielli spinosi
Lo chiamiamo fico d’India ma viene dal Messico. E non c’è da stupirsi: con tutta probabilità fu portato in Europa nel 1493, durante una delle spedizioni oltre Atlantico di Cristoforo Colombo quando ancora il condottiero genovese credeva di essere arrivato nelle Indie, ignorando che la terra dove era approdato era l’America. Fin dall’antichità nel Messico e in tutti i Paesi mesoamericani il fico d’India era intensamente coltivato. Per gli Atzechi aveva un forte valore sacro, ma era importante anche perché permetteva di estrarne il suo colorante naturale rosso carminio. Il frutto è finito anche sull’attuale stemma del Messico, che raffigura un’aquila che stringe tra i denti un serpente appoggiata su una pianta di fico d’India. E, nel 1823, lo stemma è entrato a far parte della bandiera del Paese nello striscione bianco centrale. Dopo che la pianta fu studiata da scienziati europei, fu il botanico scozzese Philip Miller a definire la specie come Opuntia ficus indica, denominazione scientifica tuttora accettata per la varietà commestibile; altre cultivar sono, invece, solo ornamentali. La pianta fa parte della famiglia delle Cactaceae (cioè dei cactus) e si è diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo, ravvivando con lo splendido color corallo dei suoi frutti e il verde delle sue pale il paesaggio del nostro Meridione, soprattutto quello della Sicilia, dove si ha la maggior produzione mondiale subito dopo quella messicana. La pianta può raggiungere i tre-cinque metri di altezza e il fusto è costituito da cladodi, comunemente chiamate “pale”. Lunghe circa 40 cm e larghe 20, le pale si intrecciano formando ramificazioni e che operano la fotosintesi clorofilliana. Ricoperte da una sostanza cerosa che le protegge dai parassiti, le pale più basse, dopo qualche anno di vita, subiscono un processo di lignificazione che le trasforma in un vero e proprio tronco. Le radici non sono molto profonde ma piuttosto estese. Le spine delle pale sono biancastre, lunghe circa due centimetri e… dolorosissime al tatto! Anche il frutto, però, non scherza: se vogliamo coglierlo è meglio mettere i guanti. Questi splendidi frutti arancio-rossastri, infatti, sono rivestiti da millimetrici e quasi invisibili spine a uncino (dette glochidi) che si infilano nella pelle e risultano difficilissime da togliere. Le foglie, appena visibili, nascono alla base delle gemme che si trovano sulla superficie delle pale. Dalle gemme si sviluppano le nuove pale e le infiorescenze che danno luogo ai frutti.
Ma veniamo a questi splendidi frutti, bacche carnose piene di semi di colore nero che possono pesare dai 150 ai 400 grammi. I colori possono essere diversi: la varietà surfarina o nostrale è gialla ed è la più coltivata e apprezzata a livello commerciale; la sanguigna è rosso porpora; la muscarella o sciannarna tende al bianchiccio e la moscateddo è arancione. La raccolta va da agosto a settembre, quando i frutti sono maturi e sono più ricchi di zuccheri biodisponibili, di calcio, fosforo, ferro e vitamine. Quindi sono perfetti da consumare in ottobre sulle tavole italiane. Anche le pale possono essere utilizzate per il loro potere diuretico e di abbassamento del colesterolo. Ma la proprietà più importante del fico d’India è senza dubbio il suo effetto antiossidante e anti radicali liberi grazie alla betanina rosso porpora e all’indicazantina gialla, che avrebbero il potere di proteggere le cellule e di bloccare i processi tumorali. Un altro aspetto importante della salute che il fico d’India è in grado di regalare a chi se ne nutre è il fatto che è una pianta che non necessita per nulla di trattamenti fitosanitari né, tantomeno, di concimazioni chimiche. Insomma, un vero elisir di lunga vita che sa abbellire e rallegrare con i suoi sgargianti colori ogni angolo nel quale cresce.



