Riprendiamo la statale 38 lungo la valle che, oltre la stretta di San Gregorio, ripropone la  morfologia larga e pianeggiante fino a Sondrio, il capoluogo della provincia preannunciato dalla cinquecentesca chiesetta della Sassella. Siamo entrati nel cuore della “coltura eroica delle viti”. E non si stenta a crederlo, osservando l’incredibile e minuzioso lavoro di terrazzamento, ben evidente soprattutto nelle zone più rocciose.

Un’azione di trasformazione del paesaggio dovuta alla fatica di intere generazioni di montanari che, forse a partire dai Liguri arrivati sulle Alpi Retiche diversi secoli prima della fondazione di Roma, resero possibile la coltivazione della vite grazie all’ erezione di muretti a secco a sostegno della terra portata con le gerle. Una agricoltura di terrazzo propria, del resto, a tutte le popolazioni di montagna del mondo, dall’Himalaya alle Ande, accomunate, al di là delle diversità di culture e di prodotti, dalla quotidiana fatica del lavoro.

Così descrive la coltivazione della vite  il governatore grigione Giovanni Guler all’inizio del XVII secolo quando il vino della Valtellina, apprezzatissimo dai Grigioni, era portato a dorso di mulo attraverso la Valmalenco oltre il passo del Muretto, al Maloggia e poi a Coira. E forse a questo traffico è proprio legato il nome stesso del passo del Muretto o del Muletto, perché i grigioni premiavano con una soma di vino il conduttore che per primo dopo l’inverno apriva la “rotta” sulla mulattiera ancora innevata.

“I tralci vengono appoggiati a tastolli di legno o direttamente alle rocce. Vi è qualche posizione, la quale per se stessa non produrrebbe quasi nulla, avendo solo pietre e dirupi, così da essere considerata sterile e incoltivabile. Eppure anche lassù tra le nude rocce si porta del terriccio in quantità sufficiente perchè i tralci possano farvi radice; e questi crescono poi rigogliosi sulle grosse pietre e sui dirupi, formando estesi e leggiadri vigneti che non solo fanno bella mostra di sè, ma danno anche un buon reddito”.

Dopo Sondrio, il fondovalle raggiunge il suo massimo splendore con i ridenti terrazzi sui quali sono adagiati i paesi di Montagna, Poggiridenti, Tresivio, Ponte in Valtellina, ricchi di chiese, castelli, torri e case patrizie. Più avanti un’isolata torre, quasi sospesa nel vuoto, indica la posizione del terrazzo di Teglio, il paese che forse ha dato il nome alla stessa Valtellina. E’ in questo settore che il terrazzamento raggiunge il suo apice e giustifica presso l’UNESCO la candidatura dei vigneti della Valtellina (assieme alle regioni viticole del Roero, delle Langhe e del Monferrato) a Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Alle geometriche coltivazioni dei meleti del fondovalle fanno, infatti, riscontro sui fianchi soleggiati le vigne terrazzate articolate nelle quattro sottozone che danno i nomi al Valtellina Docg: il Sassella, il Grumello, l’Inferno e il Valgella.

A Tirano, una cantina DOC

Ma eccoci a Tirano, allo sbocco della Val Poschiavo, stazione di partenza del famoso “trenino rosso” del Bernina dichiarato dall’UNESCO patrimonio dell’umanità. La cittadina ha mantenuto un interessante centro storico con i resti delle mura di Ludovico il Moro,ma la sua fama è legata al Santuario iniziato nel 1505 nel luogo dove l’anno precedente era apparsa la Madonna, consacrato nel 1528, ma completato nelle attuali strutture all’inizio del XVIII secolo. Un’occhiata al suo gigantesco organo in legno intagliato, un salto all’antistante Museo Storico Etnografico Tiranese e poi possiamo degnamente terminare il nostro viaggio con la visita del Palazzo Sertoli Salis. Non solo per il suo pregio architettonico, ma soprattutto per la sua straordinaria cantina.

Costruito fra il 1600 e il 1690, fu dimora della nobile famiglia Salis von Zizers podestà grigione della Valtellina che diede avvio alla produzione di vino da destinare alle nobili famiglie svizzere, al vescovato di Coira ed alla Corte Asburgica. Numerosi gli ambienti visitabili, dalla corte padronale affrescata (“Corte della Meridiana”) al salone d’onore, dal salotto di lettura (“Il Saloncello”) alla sala museo-esposizione di antiche piccole attrezzature vitivinicole (info@sertolisalis.com). Ma la sosta più attenta e interessata sarà quella alle cinquecentesche cantine restaurate nella loro struttura originale con la “tinera” di fermentazione, la zona pigiatura e torchiatura e l’antica ghiacciaia a chiocciola (“nevera”) (ghiacciaia).

A conclusione della visita l’attesa degustazione di alcuni vini di produzione locale che curiosamente riportano i nomi degli ambienti storici del palazzo.

Ne sono un esempio il “Canua” Sforzato Doc  (riproposta della secolare tradizione in uso alle famiglie patrizie di produrre un vino rosso di grande struttura e corpo per mezzo del lungo appassimento in solaio delle uve “nebbiolo”) il “Corte della Meridiana” Valtellina Superiore Docg (vino rosso di notevole complessità ottenuto da uve nebbiolo, parte delle quali sono preventivamente appassite prima della pigiatura), il “Capo di Terra”, Valtellina Superiore Docg (vino rosso di ampia e consistente stoffa, ottenuto da uve nebbiolo in lieve surmaturazione), la “Torre della Sirena” Igt, bianco  (vinificazione in purezza delle più antiche uve locali, la “rossola” e la “pignola”).

Oltre Tirano la strada prende a inerpicarsi per superare un primo gradino glaciale che dà accesso alla parte superiore della valle. I terrazzi del versante retico ospitano gli ultimi vigneti ancora ben coltivati, mentre davanti a noi si aprono le porte del Parco Nazionale dello Stelvio con i suoi boschi di conifere, i suoi pascoli e i suoi ghiacciai.