Un detto latino suggeriva cinque ottimi motivi per bere del buon vino:

1) l’arrivo di un amico

2) la bontà del vino

3) la presenza della donna amata

4) la celebrazione di una vittoria

5) “et qualibet altera causa” (e per qualunque altro motivo)

Per questo riteniamo che tutti i vini siano meritevoli di essere indicati come “Vini di Festa”. Alcuni però rappresentano senza dubbio la massima espressione della gioia e dell’allegria: sono i vini spumanti il cui capostipite è stato indubbiamente lo champagne. Come sarebbe il mondo senza i vini delle bollicine? Sicuramente più grigio e più triste.

Come è nato lo champagne? Fra storia e leggenda si racconta che fu l’abate Dom Perignon, economo dell’abbazia di Hautvilleres, a scoprire verso la fine del XVII secolo il modo per racchiudere in una bottiglia la fragrante e profumata effervescenza del vino della regione francese chiamata Champagne.

In realtà, anche se Dom Perignon partecipò attivamente alla sua realizzazione, lo champagne non è il frutto della genialità e della passione di un solo uomo, ma il prezioso risultato del lavoro comune di una intera regione dove molti elementi sono stati protagonisti: uomini, vigne, clima, terra.

Ci sono voluti secoli prima di riuscire a controllare la naturale effervescenza del “vin gris”, come lo chiamano da quelle parti, ma non appena l’evento storico si verificò fu facile conquistare il mondo.

Nessuno più potè sottrarsi alla magia sottile di quel vino turbolento ormai domato: Madame de Pompadour, la Dubarry, il Cardinal Fleury; Voltaire poetava elogiando “… du vin d’Ay la mousse petillante qui s’exhale en bon mots”, “… la schiuma frizzante del vino d’Ay che si trasforma in belle parole”.

Verso la metà dell’’800 le tecniche di produzione si affinano sempre più e portano lo champagne alla perfezione; quando alla fine del secolo esplode la Belle Epoque, quel vento di allegra follia e di totale assenza di pensieri e di preoccupazioni che dalla Francia conquista e travolge l’Europa, trova nello champagne il vino che più le assomiglia.

Ed è la consacrazione internazionale. Nessun’altra bevanda ha mai conosciuto tanta popolarità. Per questa ragione i produttori francesi sono gelosissimi del loro vino e hanno dettato quattro regole imprescindibili perché si possa fregiare del nome glorioso.

L’uva deve provenire unicamente dalla zona delimitata per legge dalla regione Champagne.

Deve essere prodotta da tre soli vitigni: Pinot nero (uva che conferisce gusto e forza), Pinot Meunier (uva nera che dà freschezza e giovinezza), Chardonnay (uva bianca che aggiunge finezza ed eleganza).

Deve essere vinificato seguendo scrupolosamente le regole messe a punto dall’esperienza di secoli nella regione di Champagne e codificate dalla legge.

Deve essere prodotto, elaborato e imbottigliato unicamente nella zona delimitata e sottoposto ai controlli previsti.

La storia degli Spumanti italiani non è altrettanto ricca e le regole non sono altrettanto rigorose anche se da qualche tempo qualcosa si sta muovendo nella giusta direzione.

Non molti sanno che alcuni spumanti nostrani hanno una tradizione più che centenaria: i pionieri – “Carlo Gancia” in Piemonte e “Antonio Carpenè” nel Veneto – hanno avviato la loro produzione alla metà dell’800 raggiungendo presto altissimi livelli.

Un altro gruppo di produttori: “Ferrari” di Trento, “Antinori” di Firenze e la “Cantina Sociale di Santa Maria La Versa” nell’Oltrepò pavese, si sono sviluppati nei primi anni del ‘900.

L’Italia di allora, il cui reddito medio era poco più di un terzo di quello francese e inglese e quasi un quinto di quello americano, era forzatamente provinciale e subalterna anche in fatto di consumi d’èlite.

I pochi che potevano permetterselo bevevano quasi esclusivamente Champagne e anche gli Spumanti italiani erano dichiarati “champagne” come rivela per esempio la lista dei vini di uno dei più celebri locali di Milano, l’Eden, nella quale nel 1898 è elencato lo “Champagne di Conegliano” (in realtà un Prosecco a 5 lire la bottiglia, mentre i veri Champagne costavano più del doppio).

Oggi i nostri produttori non hanno più bisogno di ricorrere a questi mezzucci (che peraltro la Legge vieterebbe) perché con i lusinghieri risultati raggiunti, la differenza di qualità fra Spumanti italiani e Champagne si è andata via via assottigliando e, in certi casi, è addirittura scomparsa.

Champagne dunque o Spumante per le Feste? Noi non avremmo dubbi: Spumanti italiani. Esiteremmo soltanto fra Spumanti del Nord o del Sud perché oggi agli storici spumanti del Nord, dell’Oltrepò pavese e della Franciacorta, si sono aggiunti degli strepitosi vini del meridione come quelli di San Severo in provincia di Foggia dove tre amici hanno creato da vitigni autoctoni spumanti di incredibile piacevolezza; hanno chiamato la loro ditta “D’Araprì” ispirandosi alle iniziali dei loro tre cognomi, D’Amico, Rapini e Priore.

Ogni consumatore troverà la propria soddisfazione a seconda della possibilità di spesa, ma l’importante è non utilizzare in modo scorretto o banale un vino così magico.

A questo proposito è bene tener presente alcuni consigli per berlo correttamente: l’ideale è immergere la bottiglia per mezz’ora circa in un secchiello pieno d’acqua e di ghiaccio che servirà per mantenerlo alla giusta temperatura (dai 6 ai 9 gradi).

La scelta del bicchiere è molto importante, fa parte del rito e sarebbe un peccato rovinare l’incanto con un dettaglio sbagliato; i bicchieri ideali sono la “flute” lunga e sottile, quello a forma di tulipano che facilita lo sviluppo del perlage (le bollicine) e concentra meglio il bouquet, o la classica coppa che, secondo la tradizione francese, ha la forma e le proporzioni del seno piccolo e tondo della Pompadour, l’amante di Luigi XV.

Ad ogni buon conto, qualunque bicchiere va bene purché sia di puro cristallo come ben si addice ad un vino di nobile lignaggio; ciò che non si deve assolutamente fare sono le tre cose che seguono:

1) versare lo Champagne o lo Spumante tenendo la bottiglia per il collo (bisogna reggerla dal fondo);

2) mettere ghiaccio nel bicchiere (orrore!);

3) eliminare la schiuma con l’uso degli orribili frullini che, in pochi secondi, distruggono un sapiente lavoro di molti anni.

Un ultimo consiglio riguardo ai cibi da accompagnare a Spumanti e Champagne. Va sgomberato anzitutto il campo da un equivoco: i Brut, gli Extradry e i Sec non sono assolutamente vini da accostare ai dolci o genericamente ai dessert come invece viene fatto troppo spesso.

Un dessert deve essere accompagnato esclusivamente da un vino dolce: l’Italia ne è ricchissima (Moscato, Picolit, Passito di Pantelleria, Brachetto). I brut, gli extradry e i sec sono invece vini ideali come aperitivi o come vini da tutto pasto, particolarmente indicati con risotti o altri primi delicati e, naturalmente, con piatti di pesce, in particolare crostacei e carni bianche.

L’abbinamento con Champagne (un grande Champagne) o con Spumante (un Grande spumante) e ostriche sarà magari ovvio ma rimane un classico.

Sono infine perfetti come vini da meditazione e se volete una frase sulla quale meditare ve la suggerisce il grande poeta Ovidio:

“La notte amore e vino non chiedono nessuna moderazione. È priva di pudore la notte. Bacco e amore non conoscono la paura”.