LACRIMA DI MORRO D’ALBA Qualche volta mi domando per quale deformazione mentale molti italiani se ne vanno in giro per il mondo alla ricerca di esotiche terre lontane quando a due passi da casa c’è ancora tanto da scoprire.

Prendete il mio caso: per ragioni di lavoro giro l’Italia in lungo e in largo da più di quarant’anni percorrendo migliaia e migliaia di chilometri; penso di conoscerlo bene lo Stivale anche nei paesini più nascosti, però mi trovo continuamente di fronte a sorprese spesso piacevoli.

Una terra della mia predilezione che credevo non potesse avere più segreti per me è la regione Marche dove ritorno da anni sempre con grande allegria perché la piacevolezza dei luoghi si sposa con il carattere della gente generosa, gioviale, sincera…

Gente per la quale, come nel paese sognato da Zavattini, “buongiorno” vuol veramente dire “buongiorno”.

Eppure mi è capitato non molto tempo fa di scoprire due deliziosi paesi, due gioielli di architettura di cui ignoravo l’esistenza e gli esaltanti prodotti della loro terra: Monte San Vito e il suo straordinario olio, Morro d’Alba e il suo vino emozionante.

Monte San Vito si trova a poche decine di chilometri da Ancona su un’altura compresa tra i torrenti Triponzio e Guardengo; nel suo centro storico vi si potrebbe girare un film in costume talmente è stato conservato con amore e rispetto; le vie del paese si sviluppano seguendo una curiosa linea a chiocciola, una rarità architettonica che ha come punto d’arrivo la bella collegiata di San Pietro del XVIII secolo.

Tutto intorno al paese una campagna ricca di uliveti che danno un olio di grande prestigio alla pari e spesso superiore di quello di regioni che molto più delle Marche vengono considerati di grande vocazione olearia.

Eccezionale per esempio quello prodotto dal frantoio Pedrini, uno dei pochi che macina ancora a pietra. Scopro così che fin dal XIII secolo – ne fanno fede alcuni documenti – la qualità degli olii marchigiani era considerata superiore per le sue caratteristiche: “boni, clari, dulcis et zalli”; qualità che ritrovo per esempio nell’olio San Vito prodotto dal frantoio Pedrini, che macina ancora a freddo con macine a ruota di granito.

Per due anni consecutivi, il ’93 e il ’94, ha vinto l’Ercole Oliario, il più importante riconoscimento nazionale, come l’extravergine più genuino d’Italia e pochi anni fa è stato insignito di un altro prestigioso premio: l’Orciolo d’oro dell’Enohobby primo premio della categoria “Fruttato medio”.

A pochi chilometri da Monte San Vito ecco l’altra entusiasmante scoperta: Morro d’Alba e il suo vino. Il paese, bellissimo, è situato sul versante orientale dell’Appennino Marchigiano a nord di Jesi, la capitale del Verdicchio; si presenta racchiusa nella cinta muraria del XV secolo e comprende case con porticati e torri pentagonali.

Un buon gourmet che si dirige verso Morro d’Alba non può fare a meno di andare col pensiero ad un piccolo paese dal nome quasi simile: La Morra d’Alba, alto sulla valle nel cuore della Langhe. Oltre al nome molte sono le caratteristiche che accomunano i due paesi, dal codice telefonico composto dalle stesse cifre (0173 La Morra, 0731 Morro) alla vocazione vinicola delle campagne, alla grande qualità della loro cucina legata al territorio e rispettosa della tradizione, perfettamente interpretata da due ristoranti d’eccellenza: il “Belvedere” a La Morra, il “Mago” a Morro, entrambi nella piazza del paese ed entrambi dominanti le splendide vallate.

Ma mentre il Belvedere lo conosco da oltre quarant’anni, il “Mago” – con imperdonabile ritardo – l’ho incontrato soltanto pochi anni fa. Solo da poco conosco la cucina del grande mago Romiti realizzata con cura e passione.

Quello del “Mago” è davvero un grande ristorante dove si possono gustare al meglio gli antichi piatti della tradizione marchigiana: dai “ciavattoni al pepe nero” ai “tagliolini al Campofilone” agli strepitosi arrosticini di cacciagione. Ma il grande incontro che ho fatto dal “Mago” – un incontro esaltante, paragonabile soltanto alle più emozionanti scoperte gastronomiche della mia vita – è stato il vino “Lacrima” del quale fino a quel momento, incredibilmente, ignoravo l’esistenza.

Come si può raccontare un vino come il “Lacrima”? Posso dire che è di colore rosso rubino intenso, che ha un bouquet ampio e ricco di uva appena pigiata, fragrante, sensuale, che è di sapore intenso e morbido, pieno ed armonico, allegro e vitale; che mantiene tutto ciò che promette al primo respiro, appena uscito dalla bottiglia, e aggiunge altre sensazioni che attengono al mondo del sogni.

Questo ed altro posso raccontarvi ma non avrò mai dato che una pallida idea di ciò che è il “Lacrima”.

Narra la mitologia che gli dei dell’Olimpo furono molto riconoscenti alla ninfe Esperiadi che avevano scoperto sul Monte Atlante le fonti dell’Ambrosia che li rendeva allegri e li predisponeva agli incontri d’amore; sono certo però se avessero gustato il succo delle uve di Morro d’Alba il dono sarebbe stato ancora più gradito.

I francesi quando vogliono indicare una grande cucina dicono che vale un viaggio (vaut le voyage); penso che sia il caso di cominciare ad attribuire questa valutazione anche ai vini che è molto difficile trovare in commercio o che è impossibile gustare al meglio se non nella terra d’origine.

Nella mia predilezione ho solo tre vini per i quali affronterei un viaggio: il Greco di Tufo della vigna del pittore Domenico Trasi di Salerno, biondo, aromatico, intenso, il Rossese della mia Liguria, il “vero” Rossese di Dolceacqua dal bel colore rubino e dal lieve profumo di fragola che ogni volta mi riporta ai giorni spensierati della mia giovinezza, e il Lacrima, appunto.

Sono tre vini che hanno la stessa caratteristica: non vogliono invecchiare, proprio come le belle donne. Sono subito perfetti; alla luna di marzo la loro maturità è completa così che mantengono inalterata la piacevolezza del vino giovane e la sposano con la virtù di quello invecchiato.

Oltretutto sarebbe impossibile berli invecchiati; nelle cantine del Conte Saltamartini – uno dei pochi produttori – a metà gennaio non c’era più una bottiglia in vendita; così accade per il grande Rossese e il Greco di Tufo, “quel” Greco di Tufo se lo volete dovete andare a berlo col pittore Trasi.L’unica possibilità per gustare il Lacrima è andarselo a bere sul luogo, magari dal “Mago”, perché è perfetto con i suoi piatti. È un vino completo, a tutto pasto; anche se rosso e corposo è bene berlo fresco di cantina e si può abbinare con qualsiasi piatto, dagli antipasti agli arrosti, perfino col delizioso baccalà all’anconetana; sempre giovane, fragrante, esaltante. Un vino allegro per gente allegra.

D’altra parte lo aveva già scritto Leonardo da Vinci qualche secolo fa: “Credo che vi sia molta felicità nella gente che è nata dove si trovano i buoni vini”.

L’unico mistero intorno al Lacrima che non sono riuscito a svelare: perché chiamare Lacrima un vino che dà tanta gioia, che predispone all’allegria e all’amore?