Ricordo la prima volta che incontrai il Calbanesco: mi trovavo alla Frasca di Castrocaro, dal grande Gianfranco Bolognesi; Gianfranco me lo propose in abbinamento ad un piatto straordinario, capretto del Carnaio arrostito con patate e cipolline al forno: “Senta questo vino, lo produce un signore mio amico a Ricò Di Meldola nella vallata del Ridente a pochi km da qui”.

Me lo servì senza farmi leggere l’etichetta; vidi scendere nel bicchiere un vino rosso granata che diede un leggero sfavillio sul viola brillante. Dall’aroma che mi avvolse, nel quale avvertì subito un preciso sentore di tartufo nero, capii che si trattava di qualcosa di importante. Gianfranco mi guardava con aria divertita: “Allora?” – chiese. Provai a indovinare: “Mi sembra una grande Sangiovese” – azzardai -. Fece di no con la testa – “Se non mi avesse detto che è prodotto a pochi km da qui, penserei ad un Brunello di ottima stoffa o a un Nobile di Montepulciano…” –

Sorrise: “Non si sforzi… non lo sa nessuno. E’ stato battezzato Calbanesco perché è prodotto dall’azienda Le Calbane ma di che vitigno si tratti lo ignoro. L’uva dalla quale è prodotto sembrava a prima vista Sangiovese ma ad una più attenta osservazione ci siamo accorti che non lo era affatto. Lo facemmo controllare dall’Istituto Agrario dell’Università di Bologna ma dovettero arrendersi anche loro: quel vitigno non assomigliava a nessun’altro conosciuto. Venne così battezzato Calbanesco”.

Mi piacque questo nome perché mi ricordava un personaggio di Shakespeare, Calibano, uno spirito demoniaco che nella tempesta è contrapposto ad Ariele, il folletto dell’aria. Ogni grande vino rosso nasce sotto il segno del fuoco ed ha perciò qualcosa di infernale (forse è per questo che i Langaroli chiamano “infernotto” la cantina?), così come i grandi bianchi sotto il segno dell’aria.

Sono segno di fuoco e lo mettono il fuoco nelle vene i grandi rossi del sud, quelli dell’Etna e del Vesuvio naturalmente, l’Aglianico del Vulture, il Primitivo, lo spietato rosso di Trani, il Cirò, e sono segnati dal fuoco i superbi piemontesi, dal Barbera al Barbaresco al Barolo, i veneti e i friulani, dal Merlot al Refosco nero e ruggente (“Un re più fosco io non conosco del buon Refosco”) e i marchigiani del Conero e di Morro d’Alba, i toscani e i liguri, tutti i rossi di ogni colore, rubino, viola, nero, vermiglio, sanguigno, rossi fieri e sfavillanti, violenti, stordenti, avvolgenti, peccaminosi…

E sono segni d’aria i grandi vini bianchi, non soltanto gli Champagne e gli spumanti che già nelle loro bollicine richiamano dell’aria la lievità, ma l’elegante Chardonnay, il fine Tocai, l’etereo Verdicchio, l’Albana, il Greco, la Falanghina, la Catalanesca e tanti altri bianchi rilucenti, gentili, limpidi, casti, leggeri, inebrianti, biondi in tutte le gradazioni dell’oro, oro di spighe, di chiome di madonne rinascimentali…

Di Calbanesco purtroppo se ne producono solo poche centinaia di bottiglie e sarà perciò difficile ottenerne una, ma se ci riuscirete con lusinghe o minacce, provate poi a creare il piatto che maggiormente vi intriga… provate e sarete felici.

Angelo Solci