Tra pavoni e campanelle, le tovaglie di Alberobello
“Nel corredo di una donna non può mancare una tovaglia di fiandra bianca” ci “istruiscono” ad Alberobello le signore del paese mentre illustrano l’importanza che aveva, ma che ancora ha, il corredo di casa in questa cittadella baciata dalla frescura della collina, dal sole pugliese e dalla sua storia feudale che, tra i capricci e le efferatezze del Conte di Conversano, ha regalato al territorio i trulli, unici al mondo e ammirati in ogni angolo della terra. Siamo quattro donne sedute in cerchio all’ingresso di un trullo e chiacchieriamo confidenzialmente sull’arte del ricamo, del punto a giorno, del punto gigliuccio “uno dei più antichi”, sulla canapa che “oggi non si fila più”, sul cotone e sul lino, il più apprezzato per lenzuola, asciugamani e tovagliati.
Tra noi tiene parola allegra e desiderosa di spiegarmi le usanze del posto Cristina Greco, esperta artigiana locale; ci racconta che qui, fino ad una ventina d’anni fa, si tesseva ancora con telai a pedale di legno, “e qualche artigiana ancora li usa per creare filati unici, per canovacci e tovaglie”. Proprio nella sua bottega in bella mostra si erge, grande e rugoso, un telaio di almeno duecento anni, la cui vita è tutta segnata nelle venature e nelle piccole crepe del legno scuro. Nel dopoguerra, passeggiando lungo le viuzze, fra i coni di pietra, avremmo visto, sbirciando attraverso le porte, tessere con telai di diverse misure, almeno tre donne per ogni vicolo. I telai si smontavano e rimontavano per farli passare attraverso la piccola porta del trullo, e si posizionavano nell’unico punto luce della casa, l’ingresso.
Si usava persino prestare i telai o affittarli per qualche mese, il tempo giusto affinché ogni ragazza potesse farsi il proprio corredo, “il suo tesoro, il bene che la donna portava nel patrimonio della famiglia”.
Tra la biancheria di casa, quella di tutti i giorni, ma soprattutto della festa, la tovaglia era il pezzo messo maggiormente in bella mostra, quando il pranzo riuniva la famiglia. La tradizione qui non s’è spenta e oggi è ancora possibile aprire sulla propria tavola una bella tovaglia di lino bianco o grezzo, tessuta artigianalmente, l’addobbo perfetto per una bella mensa imbandita.
Le tovaglie di Alberobello sono piccoli capolavori d’arte: trama e ordito, trama e ordito, filo dopo filo, le tessitrici riescono oggi come un tempo, a creare il tessuto con i disegni tipici, greche, galli, e altri simboli di buon auspicio. Mi congedo dalla mia compagnia e cammino, fra frotte di gente, lungo la via del quartiere Monti, per andare curiosare tra pile e pile di bella biancheria in uno dei negozi più antichi del paese; nella sua bottega Maria Matarrese e sua figlia Diana creano ancora tovaglie di lino come si faceva una volta. Al tatto si scoprono subito i rilievi del tessuto che decorano la base grezza, fatta secondo una tecnica antica di almeno quattro secoli. Sul campo chiaro del lino spiccano i motivi decorativi, il pavone, simbolo di immortalità, la campanella, la fedeltà, l’uva pugliese, l’abbondanza, motivi semplici, segni lontani tramandati da nonna a nipote.
Con un gesto veloce Diana apre una alla volta varie tovaglie le cui grazie colorate rifulgono al sole: il giallo, ottenuto con mimosa e limone, il blu della mora selvatica, il neutro del mallo di mandorla, l’azzurro del glicine e del limone, il rosa tenue della camelia, il rosso del papavero, il verde acqua, che nasce dall’unione di basilico e mallo di mandorla.
Guardandole una ad una immagino che nulla potrà essere più buono di un bel piatto casereccio gustato, con amore, su una tovaglia così bella insieme ai miei cari…



