Petto in fuori, pronto a lanciare nell’aria fresca del mattino il suo canto, il gallo se ne sta nell’aia sovrano. È questo galletto trionfo che appare, pennellata dopo pennellata, piume gialle e coda azzurra, sulle ceramiche di Grottaglie.

L’artigianato locale di questa città tarantina, e in particolare le ceramiche ad uso quotidiano, con il disegno tipico del bel galletto e i fiorellini blu, sono diventate nel tempo diffuse in ogni manufatto pugliese, diventando simbolo di questa terra.

La ceramica qui è diffusa da tempo immemorabile, data l’abbondanza di materia prima. Vasi, piatti, coppe, creste, capasoni per olio e vino: la cucina si imbandiva e si imbandisce ancor oggi di una varietà di colori che, passando dalla tradizione del bianco e del blu (per i servizi da tavola) e dell’ocra e verde (per capasoni e creste), si è sempre arricchita dell’estro degli artigiani. Ognuno con la propria fantasia ha creato pezzi unici e bellissimi, fino a che, da arte povera, la ceramica di Grottaglie s’è evoluta nel ‘700 ad arte raffinata, con vasellami e piatti decorati da esposizione o per banchetti nobiliari.

Piatti di ieri e di oggi

Guardare la ceramica fresca, col suo colore grigio scuro e la sua malleabilità è uno spettacolo. Si forgia, con la rotazione del tornio, e prende qualsiasi forma. Tanto maggiore è la grandezza del pezzo da fare, tanto sarà più potente la forza del tornio, ma lento il suo giro. In fin dei conti quest’arte, che porta sulla nostra tavola funzionalità e decoro, è rimasta pressoché sempre uguale nell’essenza fin dalle origini. Grottaglie conserva ancora le testimonianze del suo artigianato figulino; alcune sono nel ventre della terra, in attesa di essere scoperte, altre sono in bella mostra nel Museo delle Ceramiche, sito nel Castello Episcopale. È proprio qui che si possono ammirare i piatti e le coppe dove mangiavano i nostri ”avi”, i vasi, le olle e le patere delle popolazioni messappiche e magnogreche.

Il Piatto Reale

Qualche nonna di Grottaglie forse ricorda ancora il piatto reale, quello grande che si poneva al centro della tavola per tutta la famiglia, che conteneva fave, verdure, pane duro e pomodoro.

Era il piatto più importante nel servizio, il più decorato, tanto che divenne ben presto simbolo nuziale nei banchetti degli sposi. Veniva posto colmo al tavolo degli sposi di fronte all’uomo. Alla fine del pranzo, una volta svuotato, appariva la decorazione sul fondo: se c’erano degli uccellini l’augurio era di avere una figlia femmina, se il gallo di avere un maschio.

Nel servizio di ceramiche di una famiglia non mancava mai il salsiere per le olive, il piatteddu (fondo o piano) o il minzanu  per porzioni più abbondanti. Il gallo ruspante, simbolo di fertilità, colora le tavole; le povere e contadine d’allora, le ricche d’ora…

Ma il suo cipiglio di sovrano dell’aia ieri come oggi c’incanta e ci augura abbondanza e vita lunga.

Dietro le quinte di un piatto

Passeggiando per la via delle ceramiche sono entrata in una bottega tra le molte, non sapendo che m’ero imbattuta in uno dei maggiori artigiani della città, proveniente da una famiglia che qui conta molti parenti che fanno lo stesso mestiere, ereditato da nonni e bisnonni.

Parlo della famiglia Fasano, e in particolare della azienda artigiana Gaetano Fasano.

Mi hanno portato nel cuore della loro attività, dove nascono quelle meraviglie che poi sono esposte nella bottega lungo la famosa via succitata.

Nel capannone è un trionfo di vasi, capasoni, grandi, piccoli, medi. Un trionfo di color grigio.

Sulla terrazza ad asciugare al sole stanno alcuni otri, dentro troneggiano enormi vasi decorati insieme a piccolissime acquasantiere, ninnoli, “coccarelli” (oggettini da regalo).

In un’altra stanza un artigiano ha finito il lavoro del tornio e sta unendo con apparente semplicità i manici a degli otri.

“In verità questi capasoni e questi vasi, tipici della tradizione, in cui si conservavano olio, vino, olive,  hanno perso la loro originale funzione – mi spiega il Sig.Fasano – sono oggetti d’arredamento, molto richiesti all’estero”. Qui, in quest’azienda si produce tutto, dal semplice piatto all’artigianato più creativo. Tutto fatto come una volta. Cosa c’è dietro il piatto che mettiamo a tavola lo scopro grazie alle spiegazioni che mi vengono date in azienda.

Viene preparata la materia prima, posta sul tornio per farne la forma. L’oggetto ottenuto è poi lasciato asciugare. Solo dopo viene infornato. Alla fine c’è il figulinaio preposto alla decorazione. Al suo fianco tanti vasetti colorati e pennelli. Con pazienza, seduto alla sua sedia, tratto dopo tratto, decora piatti e altri oggetti con fiorellini, greche, galletti e altro ancora.

Il Sig Fasano mi svela poi il suo orgoglio personale, scendendo nella cantina, ricavata in una delle grotte di questo paese ricco di anfratti calcarei (da cui il nome di grottaglie).

Si svela davanti ai miei occhi un posto magico: ogni parete è piena di capasoni in fila enormi, titanici.

“cerchiamo di farne sempre più grandi. Da record. Alti metri e metri. Non è facile perché per creare ogni pezzo del capasone occorre una manualità unica”. Risalendo ho anche l’onore di vedere il tornio per il prossimo capasone da record. Il tornio è interrato, per consentire al capasone di crescere netri e metri. Nei pochi metri quadri della stanza del tornio, sulle pareti, ci sono delle piccole impalcature: “saliamo sulle impalcaturte man mano che il capasone cresce in altezza”. Un lavoro da funamboli prima ancora che da figulianai, penso.

C’è davvero un mondo dietro ogni piatto di coccio, ogni tazza, ogni otre, ogni vaso.

Un’arte antica tramandata di padre in figlio che si ricollega all’artigianato di tutto il mondo, fin dalla storia dell’uomo.. ..

E che qui, a Grottaglie, diventa vera passione.